IL FALCO

di Francesco Falcone

Dal Sangue di Maiale a quello di Tarantino

21/07/2018


⇒ 2' di lettura

Domenica 5 marzo del 1989. L’Inter dei record di Zenga giocava a San Siro con il Verona mentre io stavo a Masseria Romano, come quasi tutte le domeniche della mia adolescenza. Ricordo l’aria né fredda né tiepida, il cielo sornione e la tramontana che scongiurava la pioggia. Come quasi tutte le prime giornate di primavera sulla Murgia.

Era un giorno importante perché si doveva ammazzare il maiale. Che in campagna equivaleva a un evento mondano, con un agitato viavai di gente, un serpentone di macchine parcheggiate nell’aia e il vecchio cane pastore, Ettore, più incazzato del solito.

Il destino del maiale era segnato. Per legarlo alla stadera ci si misero in quattro e fu un’impresa. Il povero porco si dibatteva con tutte le forze e aveva gli occhi sbarrati dal terrore. Come i miei, d’altronde.

Aveva intuito il suo ruolo di vittima e io quello di involontario carnefice. Pesava molto più di un quintale, ma era fragile come un vecchio gatto randagio.

Quando entrai nella vecchia rimessa che odorava di ferro e di topi, in fondo al locale zio Mimì stava arrotando i coltelli: il rumore sinistro del metallo sfregato e i suoi occhi di ghiaccio hanno animato per anni i miei incubi.

Zio Sandro e mio papà si avventarono sull’animale come due mandriani del far west: la bestia lanciava urla che si sentivano ovunque, in mezzo all’aia e nei terreni più lontani. Un’ eco disperata, di dolore e di rancore.

Una volta placato lo stesero su un tavolaccio di legno con i bordi molto rialzati come la scocca di un Calcio Balilla, ma senza colori e anzi di un legno ormai ingrigito dal tempo e dai cadaveri.

All’estremità c’era un buco dal quale non uscivano palline, ma la sua testa e il suo grugno. Le zampe legate verso l’alto sembravano chiedere pietà. Invano.

Io me ne stavo in un angolo, in un burrascoso silenzio. La bestia mi guardava chiedendo aiuto come un cristiano prima di un’esecuzione e io non potevo nulla. Ero complice della sua fine.

Nonno Ciccio affondò improvvisamente il coltello nella gola del maiale, da boia insensibile. Il porco lanciò un urlo rauco e lancinante. Io rabbrividì.

La lama tagliente gliela conficcò dentro con mestiere, facendo attenzione a non farlo morire subito. Passò mezz’ora prima che uscisse tutto il sangue e anche di più perché finalmente il suo corpo si placasse.

Nel mentre nonna Maria reggeva un catino (<<ca pozz scttà u’ sagn d’angann!>> ) per raccogliere il sangue che abilmente rimestava aggiungendovi via via mosto cotto di fichi, cacao, mandorle, latte, zucchero, cannella e chiodi di garofano.

Terminata la prima fase andò nel sottano (u s’ttän), mise il liquido sul fuoco e continuò a mescolare mentre il composto si riempiva di crasse bolle flaccide.

Dopo un’ora circa il sanguinaccio era pronto, stemperato e solidificato come un budino.La nonna ne mise un po’ nel piattino. Lo diede da assaggiare prima agli uomini, poi alle donne.

E tu, Francesco, non lo prendi? Io non mi muovevo. Prendi a nonna, il sanguinaccio. Non dici niente? A nonna. Il sanguinaccio è buono. Dai che devi crescere, a nonna. Al che la vecchia prese un cucchiaio bello pieno e me lo infilò in bocca.

Era il diavolo viscido che mi entrava dentro: in quel momento sentì al palato una consistenza molliccia, un sapore dolciastro e un ruvido retrogusto di emoglobina. Mi andò giù serpeggiando nelle viscere, le torse e me le fece arrivare su fino in gola. Il sapore nauseabondo mi invase tutto, lo stomaco mi salì nelle orecchie e vomitai anche l’anima.

Da allora il sanguinaccio non l’ho più mangiato, ma il sangue non mi fa più impressione ed è forse alla base della mia ossessione per tutti i film di Tarantino. Che ho visto più volte, dal primo all’ultimo.

Guardare i film di Quentin Tarantino – Kill Bill più di qualunque altro – equivale a trovarsi in un mattatoio dove il custode/autore ci mette di fronte a una dimostrazione di violenza senza scampo, così plateale da risultare talvolta comica, talaltra grottesca.

Torture claustrofobiche, orecchie tagliate al ritmo di musica, braccia e gambe che fluttuano in aria come in un manga giapponese, teste che rotolano sui tavoli dei ristoranti, stupri omosessuali, sangue che schizza da tutte le parti, colpi di pistola sparati accidentalmente, corpi che vengono letteralmente aperti in due, calotte craniche asportate.

Ad esclusione di Inglorius Bastard e di pochi altri titoli, i film del cineasta di Knoxville sono spesso privi di traiettorie narrative e non emozionano: è come se non rilevassero nulla di significativo sui loro elementi costitutivi. Storie di superficie e di facciata che tuttavia affascinano, me compreso.

Soprattutto per la brillantezza estetica: l’elegante struttura di Pulp Fiction, i meccanismi dell’intreccio oliati a dovere di Jackie Brown, la tensione depravata di Le Iene. Elementi che provano a compensare una trama esile, in cui la violenza spesso copre il vuoto della scrittura. E in cui le citazioni e gli omaggi cinefili sono sovente un ricercato ornamento.

Il film a mio avviso più interessante di Tarantino – dopo il già citato Inglorius Bastard – è Una vita al massimo: lo vidi nel 1994 nelle sale ingiallite del cinema Smeraldo di Gioia del Colle.

Era la seconda pellicola della sua bizzarra e sanguinaria triologia pulp: uscì due anni dopo Le Iene e un anno prima di Pulp Fiction. Il regista qui si occupò della sceneggiatura mentre la direzione fu affidata a Tony Scott, reso celebre dall’enorme successo commerciale di Top Gun.

In Una vita al massimo rimane impresso il sicario James Gandolfini che picchia metodicamente una ragazza dalla lingua troppo lunga prima di ucciderla (come aveva già previsto di fare), il viso pesto e sanguinante della povera donna (che invade tutto lo schermo) e soprattutto un banale quanto efferato accoltellamento con un cavatappi.

Già, proprio un cavatappi. Un vecchio modello, di quelli che oggi si conservano solo nei tinelli delle nonne. Il mio ferro del mestiere che si trasforma in un’arma diabolica; uno strumento apparentemente innocuo – benché utile alla causa del vino – che diventa violento.

E così, ogni volta che stappo un vino sanguigno - nel colore, nel temperamento, nell’odore, nel sapore - mi ritorna alla mente la sequenza di quel film.

Se poi si tratta di certi rossi del Rodano settentrionale, pescando tra quelli più veraci, di fattura artigianale, allora il gioco è fatto. Dalla Côte Rôtie a Cornas, da Stéphane ogier a Jean-paul Jamet, da André Perré a Marc Sorrel, da Stéphane Robert a Alain Voge  a Fabrice Gripa, ho aperto bottiglie che evocano il sangue con una forza e un realismo straordinari.

Vini che fanno decollare le mie passioni, a patto di non fare sul serio. 

© riproduzione riservata


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